Home
Musica
Scrittura
Galleria
Biografia
Archivio
Links
Contatti

Poesie

------

Fantasma a cui non devo pensare
Mi avvolge del fluido oro che corona il capo
Longilineo, verticale
E con lenti di topazio
A scrutare il mondo e l’animo mio.

------

Perché non c’è cosa più vera
Degli incontri fatti per caso e che caso non sono,
niente di più vero.
Non c’è nulla di più vero
Che uno sguardo dentro al mio
Quando il cuore grida “sì!”
e lo fa con cuore di vapore
e mani di creta.
Tra i fiori si sdraia la coscienza
E scopre che guardando dritto
C’è il cielo.

------

Una luce appare e scompare
intermittente alfabeto Morse
colpisce a tratti il mio cosciente
come sonno e veglia che si
alternano in una danza eterna
assimilo e faccio mio
l’andamento naturale del Mondo.

------

Perché mi sembra di vivere a fondo
perché non riesco più a guardare negli occhi
perché nel viaggio e nel sonno tutto è tutto e nulla è com’è
perché nel tratto rivedo il pensiero
perché spargendo messaggi d’aiuto
rinascono semi ma non portano frutto
perché cascando ritrovo la terra
perchè gravità vuol dire certezza
perché sentendo le mani di un altro
riscopro in me stessa il contatto primario
perché sperando ritrovo il mio senso
perché di fuoco non rimane che il Sole
perché domani sarà oggi di nuovo
e tra aria e polmoni brucerò i miei perché.

------

Metterò in testa un cappello di fede,
ripostiglio di illusioni,
avrà mille frange, una per ogni dubbio svelato,
e mille sonagli suoneranno le lodi,
mille i colori per riempire i vuoti dell’anima
che senza alcun dubbio saranno fatti di stoffa.
Costruirò un cappello di fede
fatto delle mie mille domande e come
un’illusionista ne trarrò fuori risposte.
Solo allora me lo metterò in testa.

------

Dall’attesa all’emozione
con le note nella pancia
il rosso delle tuniche si fonde.
.........Strana burla del mio fato
.........ti ho trovato! e con rammarico
.........mi accorgo dell’impossibilità umana.
Al pianto batte
-musicoterapia-
già mi guarivi.

------

Faccio versi dei miei giorni, ciclica rima del sole che nasce,
adeguo il respiro al poetare del giorno
e quando avrò terminato la carta e l’inchiostro
morirò come solo conosco.





Catavento ( Capitolo 1 - Nathan )

Lui riparava gomme, pneumatici, in una scassata e vecchia rimessa da meccanico, l’unica nel raggio di molte miglia in quella regione sperduta. Riparava quelli delle auto, delle moto, dei tir che, per disgrazia o per fatalità, foravano proprio sull’infinita e diritta statale nei pressi di quel luogo dimenticato anche da Dio. Riparava quelli dei pick-up, molto più comuni da vedersi su di una strada polverosa. Più in generale, quelli dei trattori e delle jeeps, soli mezzi di trasporto davvero sicuri e fedeli come cani, tra la polvere ed un formicaio di campi, campi che danno pochi frutti e a fatica...quanta polvere...gialla e secca. Un inferno di fango durante la stagione delle piogge.
Ma c’erano anche volte in cui lui si ritrovava davanti il copertone di una bicicletta. Ce n’erano due in tutto il paese, appartenenti a due stravaganti e nostalgiche vecchiette arrivate lì dalla grande città così tanto tempo fa che nessuno era più in grado di dire da quanto facessero parte di quel posto.
Una volta gli era successo di riparare la ruota di una Chrysler del ’67. Rosa. Interni interamente in pelle. Era di una ricca forestiera, probabilmente in cerca di se stessa nel deserto, o in fuga da un crimine, o all’ inseguimento di un bastardo qualunque che l’aveva abbandonata dopo averla ricoperta di soldi, sesso, bugie ed altre cazzate inutili. Fatto sta che lei se ne stava lì, fumando come una ciminiera, camminando nervosa su e giù davanti alla rimessa del meccanico, con due tacchi a spillo che litigavano con la polvere e due lunghe gambe (troppo lunghe) dentro a dei pantaloncini corti (troppo corti) per gli occhi degli uomini di quel posto. Proprio non ci riusciva lui a concentrarsi sullo pneumatico. Mai visto un rossetto così. Tutto quel rosso ai confini del deserto non si vede facilmente. La polvere non ti concede quasi mai di vedere quel rosso. Solo le mele del fruttivendolo dei primi giorni d’autunno in annate particolarmente fortunate, o le fragole che raramente riescono ad arrivare lì ancora buone dalla costa, o il sangue delle risse al bar...ma quello si mescola subito con la polvere e non resta che una macchia scura per terra.
Si ricordava anche che una volta suo padre aveva portato a casa un vecchio pneumatico di un caravan e l’aveva appeso ad un albero nel giardino, come altalena per lui e suo fratello più grande. Era squarciato. Irreparabile. Il caravan era uscito di strada la sera prima. BAM! Un colpo di sonno su quella statale sempre diritta in mezzo al niente. BAM! Un gran botto. Contro le rocce. C’era una famiglia dentro. Morirono tutti con lo scoppio della bombola a gas del cucinino. BAM! Un altro gran botto. Non se ne sentono molti così la notte ai limiti del deserto.
Tutto il paese era accorso per vedere, ma nessuno fece niente. D’altronde che c’era da fare? Di ospedali nemmeno l’ombra per almeno centoventi miglia ed il medico locale davvero poteva poco.
Il fuoco invece, come diceva suo nonno, brucia tutto e poi ad un certo punto si spegne sempre da solo. Bruciò tutta la notte. E poi ad un certo punto si spense da solo. Che luce...mai vista la polvere sotto quella luce...la mattina dopo ognuno si portò via un pezzo di ciò che rimaneva, come sciacalli. Suo padre prese il pneumatico.
“Campeggiatori di merda!”, diceva sempre. “Fanno solo casino! Potrebbero fare le loro schifose vacanze come tutti gli altri e invece no, vengono a rompere le palle qui nel deserto! Ecco cosa succede a chi nel deserto non ci è nato!”
Mentre si dondolava sul copertone, guardava attraverso lo squarcio dai bordi sciolti di calore e rivedeva quella gran luce sulla polvere. Si domandava come mai quelle due vecchiette con le bici (che già stavano lì da chissà quanto tempo) non fossero mai saltate in aria. Infondo anche loro non erano nate nel deserto. Ma forse il deserto s’era abituato a loro. In effetti avevano portato solo due biciclette e nessun fornello a gas.
Ah, lui si chiamava Nathan.





Giovanni e l'acqua di mare

Giovanni, Giovanni… che dire di lui per cominciare? Un tipino tutto guance e capelli rossi, pacioccoso e morbido come un bombolone alla panna, di quelli che ti sporchi tutto quando gli dai un gran bel “Morso della Soddisfazione”. Non che davvero le persone lo prendessero a morsi per strada, questo no, ma quella era la voglia che veniva guardandolo.
Dunque, dicevamo: Giovanni. Ragazzetto tondo, burroso, dondolante nella camminata, con alcuni simpatici, ben distribuiti ed altrettanto dondolanti strati di ciccia a mo’ di salvagente, che sobbalzavano mentre correva. E con una miriade di arrabbiatissime lentiggini sul naso e sulle gote.
In paese Giovanni era uno dei marmocchi rumorosi che si precipitavano fuori dalla scuola urlando al suonar della campanella. Era quello che rimaneva sempre indietro, l’ultimo della fila, affannato ed ansimante per la corsa, e con una merendina mezza in bocca e mezza in mano.
“Aspettatemi, ragazzi!”, bofonchiava ai compagni già fuggiti.
Giovanni, dall’alto della sua statura (corpo lungo e buffo da tipico pre-adolescente che si allunga a pezzi non sempre sincronizzati tra loro) e anche dall’alto dei suoi dodici anni (pre-adolescente, appunto), si sedeva sul muretto della piazza di San Giovanni (pure lui!). Il Santo Patrono… eh, quanti danni combina un Santo Patrono nella scelta dei nomi in una famiglia! Apro una parentesi: dovete infatti sapere che come in una miriade di altri paesi, paesini e paesotti di provincia qua e là sparsi per l’Italia, anche in questo luogo tutti coloro che abitavano all’interno degli stessi confini comunali avevano almeno un nonno, uno zio ed un cugino che si chiamavano come il Santo Patrono ed ovviamente il nostro dodicenne bombolone alla panna con lentiggini non ne era esente. Non vi dico a scuola per fare l’appello! Grazie al cielo esistono i cognomi (inventati in passato probabilmente proprio per far fronte a questo problema di vasta omonimia…), ma nelle compagnie di amici, fossero essi già in età o ancora in preda alle tempeste ormonali, questa cosa dei nomi era davvero un gran macello!
“Giovanni!”, chiamavi. E si giravano in dieci. Siccome chiamarsi per cognome tra i più giovani faceva molto “scuola” e tra i più grandi “naja” o “collegio dalle suore”, si preferiva perciò affibbiare buffi e caratteristici soprannomi a chi aveva per sorte di esser chiamato come parecchi altri in paese. C’era, per esempio, tra i compagni di scuola del nostro kraffen zuccherato, Giovanni detto “Il Ceppo” a causa di una malformazione alla gamba che aveva dalla nascita e che lo faceva camminare con una certa rigidità (come sempre è fin troppo facile sparare sulla Croce Rossa e prendersela con i difetti fisici un po’ troppo evidenti dei più deboli, ma purtroppo la psiche umana funziona così da secoli e una ragione ci sarà…); allo stesso modo c’era Giovanni “Mosca”, il ragazzo dagli occhiali più grandi e spessi del mondo; “Siflatino”, il figlio lungo, magro e longilineo del panettiere, e “Il Pagnotta”, il cugino più in carne; “Spazzoletta” detto “Spazzo” e “Scodella” detto “Scody”, per evidenti tagli di capelli…e così via dicendo. Curiosamente però il nostro abbondante Giovanni non aveva un vero e proprio soprannome come i suoi amici. Bensì, un po’ per sfottò, un po’ per la Legge del Contrappasso, i compagni ed i parenti, per contraddistinguerlo da un terzo della sua classe e da un altro terzo della cittadinanza già diplomata, da sempre si erano limitati ad aggiungere un piccolo suffisso diminutivo al suo nome che diventava così per tutti “Giovannino”…ma ve lo immaginate? Cento chili di bontà per un metro e sessanta e rotti di morbidezza al sapor di cioccolata, che rispondevano tutti in coro al nome di Giovannino! Chiusa parentesi.
Giovannino si sedeva quindi, riprendendo il nostro filo da dove lo abbiamo lasciato, sul muretto della Piazza di San Giovanni, detta anche per facilitare “Piazza dei Mattoni”…chiesa di mattoni, case di mattoni, mattoni a terra e muretto di inaspettati mattoni…bisogna riconoscere, è vero, e voi converrete con me, che nei secoli l’inventiva popolare per la scelta dei nomi (di cosa o di persona) non ha mai brillato per fantasia.
Il nostro eroe di marzapane, dicevamo, si sedeva, e non aspettatevi certo che attendesse chissà che, o che da lì progettasse di cambiare il mondo, di partire per pianeti lontani sconfiggendo mostri ed amando indifese donzelle. Non poteva. Perché Giovannino al contrario amava terribilmente il suo piccolo paese per bene e non sognava altri lidi esotici che lo rendessero più felice al di fuori di quello. Ancora non si sentiva mosso da ardenti passioni che gli infondessero il desiderio di modificare il Mondo ed il suo corso, o da passionali ardori per principesse intrappolate tra torri e draghi, no: lui a malapena sentiva qualcosa dentro di sconosciuto e che solo tra qualche tempo avrebbe scoperto essere una conseguenza ormonale ai ferormoni; ancora amava la sua prima fidanzatina dell’asilo di un amore platonico e fiabesco. Non l’avrebbe mai cambiata per chicchessia o alcunché in alcun dove.
Giovannino si sedeva infine e semplicemente guardava la gente. Osservava il Mondo scorrergli davanti ed il Tempo passare. Mangiava a gran leccate avide un gelato ed i giorni scivolavano come gocce d’acqua sulla glassa ghiacciata; osservava le croste sui suoi ginocchi seccare, tipiche della sua età (non puoi dire d’aver davvero vissuto la tua giovinezza se non hai avuto le ginocchia piene di bolli), e notava con analisi scientifica come cambiassero con le mode le acconciature e l’abbigliamento delle donne, soprattutto di quelle pettegole, zitelle e stizzose che insieme alle ricche e alle teen-agers (ma solo quelle fedeli seguaci di Britney Spears) sono le tre categorie femminili più maniacalmente attente al proprio aspetto. Le zitelle però le preferiva più delle altre, forse perché a suo dire erano meno superficiali. Supponeva infatti che una zitella avesse un trascorso di tristezza o di mal di cuore o di rammarico che la rendeva sì acida, ma che di sicuro le aveva anche dato un cuore che, proprio perché ferito, almeno un punto profondo in cui il dolore pulsava ce l’aveva per certo, cosa che invece mancava in molte delle appartenenti alle altre due suddette categorie. Forse Giovannino le preferiva solo perché guardandole gli pareva che le zitelle facessero polvere ad ogni pié sospinto a causa della loro rassegnata malinconia, dei visi opachi, degli occhi mono-espressivi e della dimenticata speranza amorosa, come fossero avvolte dalle nuvole (più poetiche della polvere) nelle scene al rallenty dei film d’amore (si precisi però che nei film d’amore ci sono le nuvole perché poi finiscono sempre bene, mentre alle zitelle tocca la polvere per ovvie ragioni di happy-ending non ugualmente “happy”…certe hanno tutte le fortune!). O forse ancora le preferiva perché dai loro cappotti veniva sempre fuori quell’odore di criolina degli armadi, delle cassepanche e dei bauli in soffitta, e al contempo c’era una nota di borotalco che gli ricordava tanto il bagno a casa della nonna quand’era piccolo o il romanticismo naif e demodè delle riviste degli anni ’50.
Giovannino allungava con i denti le rotelle di liquirizia e studiava con acerba vergogna e anche un po’ di voyeurismo i casti ombelichi delle compagne di scuola o delle sorelle grandi dei suoi amici…
“Com’è”, si chiedeva lui in silenzio, “che ad ogni cambio di stagione ‘ste magliette si fanno più corte e le ragazze si fanno più belle…?” Si ricordava che la sorella di Scody qualche tempo prima non era altro che una femmina (da leggersi con intonazione dispregiativa) e, parafrasando dialoghi infantili, le femmine non sanno giocare con i robots.
“Quelle vogliono sempre prendere il thé! Uffa!”, ricordava di aver detto una volta. Ora invece c’era qualcosa, in quella e nelle altre sorelle eccezion fatta per la propria, che non si sa come né perché faceva venire a Giovannino e ai suoi amici una gran voglia sconosciuta di prendere milioni di tazze di thé! Quegli ombelichi lo chiamavano come spiriti furbetti e gli strizzavano il ciclopico occhietto sorridenti.
Profumo di fiori appena sbocciati e di mandorle, polline dorato nell’aria…
…calura e afa e sole a picco sui mattoni roventi e sulla pelle arrossata…
…foglie colorate che scrocchiano croccanti sotto i piedi, vento fresco che promette regali a Natale, castagne tostate e latte…
…neve, tanta neve e freddo su cui pattinare, finalmente i famosi regali promessi da un po’, e maglioni colorati fatti a mano dalla nonna…
Ad ogni stagione, caldo o freddo che fosse, per almeno un’oretta al giorno Giovannino si sedeva e guardava le persone, il Mondo ed il Tempo passare.
“Io esco!”, gridava infilandosi nei pantaloni una merendina e se ne andava di corsa alla Piazza dei Mattoni.
Tutti rotondi in casa di Giovannino. Il babbo era un omone altrettanto burroso, difetto di fabbricazione genetico proprio anche del nonno di Giovannino, del bisnonno, del trisnonno e via dicendo (inutile specificare che molti di questi antenati si chiamavano a loro volta come il Santo Patrono). Il suo papà era un uomo semplice, di poche e molto sagge parole. Amava spalmare con cura la marmellata sulle fette biscottate a colazione, con l’attenzione metodica con cui una bambina pettina la propria bambola preferita; allo stesso modo amava girare il thé con calma e riflettere al fresco del venticello primaverile seduto sulla sdraio del giardino (era un’impresa aprirla, ma poi…ah, che pace!). Spesso faceva suonare vecchie arie incise su vinili consumati, tirava un po’ più su, stringendola, la cinta dei pantaloni per non inciampare e azzardava qualche buffo passetto di danza sull’erba appena nata.
La mamma invece era una bomboniera della più fine porcellana, delicata e bianca, lucida e senza nemmeno una lieve incrinatura, anzi, dai bordi d’oro zecchino, nonostante poi le sue forme non fossero proprio quelle della tazzina da caffé ma piuttosto della gonfia zuppiera buona per i pranzi delle feste. Portava i capelli perennemente raccolti in cima alla testa, in un’acconciatura che ricordava terribilmente un soufflé venuto bene o una versione elegante ed eterea di Moira Orfei (cosa questa forse più difficile da visualizzare mentalmente per il lettore…teniamo allora l’immagine del soufflé venuto bene). Giovannino sospettava che la mamma portasse quella pettinatura anche durante la notte, perché nel corso dei suoi dodici anni di morbida vita era sempre andato a letto vedendola pettinata in quel modo e mai, nemmeno in una sola mattina, l’aveva vista con un solo capello fuori posto al momento del risveglio. Si aggirava per casa canticchiando lei, rassettando con gioia, imboccando a turno, qua e là e tra leggeri passi di valzer i figli, il marito, il nonno, il cane e il gatto (sovrappeso pure loro a furia di manicaretti felini e canini) o qualunque altro essere vivente le si fosse presentato davanti con un’aria (secondo lei) affamata o bisognosa d’amore e di attenzioni; sempre allegra e con pomini rossi rossi da bambola cinese, sfoggiava un trucco preciso ed indelebile, come disegnato con i pennarelli. I suoi occhietti strizzavano piccoli, sommersi dalle grosse guance e brillavano ogni volta che suo marito le pizzicava un po’, sotto il grembiule da cucina cucito addosso, le morbide rotondità per prenderla in giro. Insieme ballavano di tanto in tanto nel salotto, sotto gli sguardi curiosi e divertiti dei due animali, e la mamma di Giovannino sulle piroette iniziava a ridere e rideva, rideva così forte e sinuosa da ubriacare le orecchie degli spettatori di quel romantico balletto. Rideva come un soprano lirico. Tant’è che ad un certo punto nessuno distingueva più se a scendere e salire per le scale musicali fosse la sua tintinnante risata cristallina o piuttosto il pizzicato del violino nel vecchio vinile consumato.
Tutto dava a presagire che alle porte di quella casa mai avessero bussato Fame e Tristezza.